Trauma e Relazione

TRAUMA E RELAZIONE

(dr. Walter Colesso, PhD)

Cos’è il trauma
emdr.it
Sono state date molte definizioni di Trauma Psicologico nel corso della storia, ma cosa si intende davvero con questo termine? Ci può venire in aiuto l’etimologia stessa della parola, che deriva dal greco e che vuol dire “ferita”. Il trauma psicologico, dunque, può essere definito come una “ferita dell’anima”, come qualcosa che rompe il consueto modo di vivere e vedere il mondo e che ha un impatto negativo sulla persona che lo vive.
Esistono diverse forme di esperienze potenzialmente traumatiche a cui può andare incontro una persona nel corso della vita. Esistono i “piccoli traumi” o “t”, ovvero quelle esperienze oggettivamente disturbanti che sono caratterizzate da una percezione di pericolo non particolarmente intesa. Si possono includere in questa categoria eventi come un’umiliazione subita o delle interazioni brusche con delle persone significative durante l’infanzia. Accanto a questi traumi di piccola entità si collocano i traumi “T”, ovvero tutti quegli eventi che portano alla morte o che minacciano l’integrità fisica propria o delle persone care. A questa categoria appartengono eventi di grande portata, come ad esempio disastri naturali, abusi, incidenti etc.

Judith Herman (2017)
Il trauma psicologico è un problema che riguarda la percezione di essere impotenti ed essere in balia. Al momento del trauma, la vittima è resa indifesa da una forza schiacciante. […] Gli eventi traumatici travolgono i normali sistemi di prendersi cura di sé che danno alle persone un senso di controllo, connessione e significato. […] Le reazioni traumatiche si verificano quando l’agire non serve più. Quando non è possibile né resistenza né fuga, il sistema umano di autodifesa viene sopraffatto e disorganizzato. Ogni componente della risposta ordinaria al pericolo, avendo perso la sua utilità, tende a persistere in uno stato alterato ed esagerato anche molto tempo dopo che il pericolo reale è passato. Gli eventi Traumatici producono cambiamenti profondi e duraturi nell’attività psicologica, nelle emozioni, nei pensieri e nella memoria. Inoltre, gli eventi traumatici possono separare queste funzioni normalmente integrate l’una dall’altra.

Trauma tra presente e passato
Bessel van der Kolk (2015)
Se gli elementi del Trauma vengono continuamente rimessi in gioco, l’ormone dello stress che vi si accompagna imprime i ricordi della mente in modo sempre più profondo. Di solito, con il passare del tempo, gli eventi perdono pian piano di consistenza. Non potendo comprendere nel profondo ciò che sta accadendo loro, è impossibile che le persone si sentano pienamente vive. Diventa sempre più difficile sentire gioie e le fatiche della vita quotidiana e concentrarsi sui normali compiti: non essere completamente vivi nel presente mantiene saldamente imprigionati nel passato.

Daniel J. Siegel (2008)
Quando le immagini e le sensazioni connesse a un’esperienza restano in forma “esclusivamente implicita” […] rimangono una confusione neurale non integrata, senza venir classificate come rappresentazioni derivanti dal passato. […] Queste memorie in forma esclusivamente implicita continuano a modellare le sensazioni soggettive della nostra realtà nel qui-ed-ora e il senso di chi siamo momento per momento, ma tale influenza non è accessibile alla nostra consapevolezza.

Trauma in relazione
Janina Fischer (2017)
Di fronte all’abuso e alla trascuratezza, specialmente se per mano di coloro che amano, i bambini hanno bisogno di mantenere sufficiente distanza psicologica da quel che sta succedendo, per evitare di sentirsi sopraffatti e sopravvivere psicologicamente intatti. Per preservare un minimo di autostima, di attaccamento alla propria famiglia e di speranza, le vittime devono disconnettersi da quel che è successo, dubitare del ricordo dell’esperienza o alterarlo e disconoscere il “bambino cattivo” (la vittima) che ha subito il trauma come “non me”. Mantenendo una qualche percezione “buona” di sé separata dal modo in cui sono stati trattati, i bambini abusati sfruttano la capacità innata del cervello umano di scindersi o compartimentalizzarsi. Quel “bravo bambino” potrebbe maturare precocemente e divenire dolce e disponibile, perfezionista e autocritico oppure pacato e timido, ma quel che è più importante è che avrà un modo per essere accettabile e un po’ più sicuro in un mondo insicuro. La scissione o frammentazione rappresentano in questo senso un a strategia di sopravvivenza ingegnosa e adattiva – seppur pagata a caro prezzo. Per assicurarsi che il bambino rifiutato come “non me” venga tenuto alla larga (ossia fuori dalla consapevolezza) è necessario che, molto dopo la fine degli eventi traumatici, gli individui continuino ad affidarsi alla dissociazione, al diniego e/o all’odio per sé stessi per rafforzare la disconnessione.
Per sopravvivere al fallimento della sicurezza, all’abuso e ala tradimento, il prezzo da pagare è il disconoscimento delle proprie parti più vulnerabili e ferite. Consapevoli che il modo in cui si mostrano e le loro capacità di funzionare rappresentano sol un aspetto di chi essi sono davvero, questi individui si sentono ora delle frodi [non veri]. Mentre lottano per rimanere lontani dal lato “cattivo” e identificarsi con il lato buono hanno la sensazione di “far finta”, di “recitare” o di essere quello che gli altri vorrebbero che fossero. Per alcuni la sensazione di essere una frode scatena il risentimento; per altri la vergogna e l’insicurezza. In entrambi i casi, invece di essere risolta l’eredità del trauma rimane viva.
Mentre un bambino abusato continua a crescere attraverso il periodo di latenza fino all’adolescenza e poi all’età adulta, questa scissione del sé favorisce un altro importante aspetto della sopravvivenza al trauma: permette di padroneggiare i normali obiettivi dello sviluppo come l’apprendimento scolastico, lo sviluppo di relazioni con i pari, trovare interessi su cui concertarsi e trarne persino piacere. La parte “buona” del bambino è libera di svilupparsi normalmente, mentre l’altra parte porta il segno emotivo e fisico del passato, è alla ricerca di segnali di pericolo e si prepara ad un nuovo insieme di minacce e abbandoni. Per rendere ancor più complicata la situazione dell’individuo, né il sé “me” né quello “non me” probabilmente avranno ricordi cronologici ben sviluppati degli eventi traumatici che possono fornire una cornice per l’autocomprensione. A causa della natura dei ricordi traumatici, quel che può essere “ricordato” tende a manifestarsi sotto forma di immagini, emozioni e reazioni fisiche intrusive (van der Kolk, 2006, 2014) che hanno luogo spontaneamente e senza preavviso, e non sotto forma di ricordi narrativi che forniscono un resoconto cristallino di quel che è successo “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Trauma e relazione
Judith Herman (2017)
GLI EVENTI RAUMATICI mettono in discussione le relazioni umane di base. Violano i lagami di attaccamento della famiglia, dell’amicizia, dell’amore e della comunità. Distruggono la costruzione del sé che si forma e si sostiene in relazione agli altri. Minano i sistemi di credenze che danno significato all’esperienza umana. Violano la fede della vittima in un ordine naturale o divino e gettano la vittima in uno stato di crisi esistenziale.
Il danno alla vita relazionale non è un effetto secondario del trauma, come si pensava in origine. Gli eventi traumatici hanno effetti primari non solo sulle strutture psicologiche del Sé, ma anche sui sistemi di attaccamento e di significato che legano individuo e comunità. Mardi Horowitz definisce gli eventi traumatici della vita come quelli che non possono essere assimilati agli “schemi interiori” di sé della vittima in relazione al mondo. Gli eventi traumatici distruggono i presupposti fondamentali della vittima sulla sicurezza percepita nel mondo, il valore positivo del sé e l’ordine significativo della creazione. […]. Il senso di sicurezza nel mondo, o fiducia di base, si acquisisce nella prima infanzia nel rapporto con la prima persona che si prende cura di noi; il senso di fiducia che sostiene una persona durante tutto il ciclo di vita. Costituisce la base di tutti i sistemi di relazione e di fede. L’esperienza originaria della cura permette all’essere umano di immaginare un mondo a cui appartiene, un mondo ospitale per la vita umana.

Intervento Evidence Based
emdr.it
L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing ) come approccio evidence -based
Nel lasso di trent’anni dalla sua scoperta, ad opera della ricercatrice americana Francine Shapiro, l’EMDR ha ricevuto più conferme scientifiche di qualunque altro metodo usato nel trattamento dei traumi. Oggi è riconosciuto come metodo evidence based per il trattamento dei disturbi post traumatici, approvato, tra gli altri, dall’American Psychological Association (1998-2002), dall’American Psychiatric Association (2004), dall’International Society for Traumatic Stress Studies (2010) e dal nostro Ministero della salute nel 2003. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’agosto del 2013, ha riconosciuto l’EMDR come trattamento efficace per la cura del trauma e dei disturbi ad esso correlati.

 

emdr.it, https://emdr.it/index.php/emdr/
Herman, J. (2015). Trauma and Recovery: The Aftermath of Violence. From Domestic Abuse to Political      Terror. New York: Basic Books
Fischer, J. (2017). Guarire la frammentazione del sé. Come integrare le parti di sé dissociate dal trauma psicologico. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Siegel, D. J. (2008). Neurobiology of “We,” The: How Relationships, the Mind, and the Brain Interact to Shape Who We Are. – Audiobook
Van der Kolk, B. (2015). Il corpo accusa il colpo. Milano: Raffaello Cortina Editore.